L’ambra nell’antichità: dal Baltico al Mediterraneo, tra commerci, dee e sovrani

L’ambra nell’antichità: dal Baltico al Mediterraneo, tra commerci, dee e sovrani

L’ambra nell’antichità: dal Baltico al Mediterraneo, tra commerci, dee e sovrani

Molto prima che Roma costruisse le sue grandi strade, prima che il Mediterraneo diventasse uno spazio commerciale organizzato sotto un unico impero e prima ancora che gli autori antichi cercassero di spiegare scientificamente la sua origine, l’ambra aveva già cominciato uno dei viaggi più straordinari della storia antica.

Quella materia dorata, leggera e calda al tatto non era una pietra nel significato mineralogico moderno, ma una resina fossile. Gli uomini dell’antichità non potevano conoscerne i lunghissimi processi di formazione geologica, ma ne osservavano caratteristiche singolari: poteva essere lavorata e lucidata, bruciava emanando un odore resinoso e, quando veniva strofinata, acquistava la capacità di attirare piccoli corpi leggeri.

I Greci la chiamarono elektron, termine che tuttavia poteva indicare anche una lega naturale o artificiale di oro e argento. L’ambiguità è documentata dalle fonti antiche e viene attentamente discussa da Annibale Mottana e Michele Napolitano nella loro edizione critica italiana del Perì líthon di Teofrasto. Gli stessi studiosi ricordano che elektron significa certamente ambra in Omero, Erodoto, Platone e Aristotele, mentre Plinio il Vecchio impiega sia electrum sia il termine latino sucinum.

Ma la storia dell’ambra non comincia nei libri.

Comincia sulle rive del Nord.

Una materia preziosa venuta dal mare

Quando si ricostruiscono le grandi correnti commerciali dell’ambra antica occorre evitare l’idea di un’unica provenienza e di un’unica strada. Resine fossili sono presenti in differenti regioni europee e mediterranee. Tuttavia, nella grande circolazione protostorica che mise in comunicazione l’Europa settentrionale con l’Italia e il Mediterraneo, l’ambra baltica ebbe un ruolo fondamentale.

Lo studio di Nuccia Negroni Catacchio e Valentina Gallo, Adriatico mare dell’ambra: il Caput Adriae porta tra Europa e mondo mediterraneo, pubblicato nel 2018 negli Studi di Preistoria e Protostoria dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, ricostruisce proprio questa rete. Gli autori individuano nel Caput Adriae, cioè nell’area dell’Alto Adriatico, una fondamentale porta di comunicazione tra l’Europa centro-settentrionale e il Mediterraneo orientale.

Non dobbiamo però immaginare un mercante che partisse dalle rive baltiche con il proprio carico e raggiungesse direttamente la Grecia o l’Egitto.

Le cosiddette “vie dell’ambra” erano una rete di itinerari.

La materia poteva passare attraverso numerosi intermediari, essere scambiata in differenti centri, attraversare fiumi, piste terrestri e valichi montani, raggiungere un porto e da lì continuare il viaggio per mare.

Le strade naturali dell’Europa

Prima delle grandi infrastrutture stradali romane, i fiumi costituivano straordinari corridoi di comunicazione.

Il sistema commerciale dell’ambra sfruttò la geografia europea: corsi d’acqua, pianure, passi alpini e infine il mare. Dove la navigazione era possibile, le merci potevano procedere lungo i fiumi; quando un bacino idrografico terminava, uomini e carichi dovevano necessariamente proseguire per terra fino a raggiungere un nuovo corso d’acqua.

Non conosciamo con precisione il mezzo utilizzato in ogni segmento e sarebbe arbitrario descrivere una singola “carovana dell’ambra”. Ciò che l’archeologia permette di ricostruire è invece una concatenazione di percorsi terrestri, fluviali e marittimi.

Tre grandi direttrici attraversavano l’arco alpino verso l’Italia.

Una occidentale raggiungeva l’Italia nordoccidentale attraverso l’area del San Bernardino e la Val Mesolcina.

Una direttrice centrale attraversava l’arco alpino e raggiungeva la valle dell’Adige.

La via orientale, particolarmente importante per la storia mediterranea dell’ambra, attraversava invece l’Europa centro-orientale, raggiungeva le Alpi Giulie e da lì scendeva verso l’Alto Adriatico.

Proprio quest’ultimo percorso avrebbe trasformato l’Adriatico nella grande porta meridionale dell’ambra settentrionale.

L’Adriatico, “mare dell’ambra”

Tra le fasi tarde dell’età del Bronzo e l’età del Ferro, l’Adriatico divenne un grande spazio di circolazione della materia prima e dei manufatti d’ambra.

Negroni Catacchio e Gallo parlano significativamente dell’Adriatico come di un “mare dell’ambra”: entrambe le coste furono interessate dagli scambi, sia attraverso itinerari longitudinali sia mediante navigazione fra le due sponde.

L’ambra, inoltre, non transitava soltanto ma veniva lavorata.

Centri dell’area padana come Campestrin e soprattutto Frattesina assunsero un ruolo fondamentale. Qui il dato archeologico mostra qualcosa di ancora più interessante: in uno stesso sistema commerciale potevano incontrarsi materiali provenienti dall’Europa settentrionale e beni legati al Mediterraneo.

All’ambra che proveniva dal Nord; attraverso il Mediterraneo si aggiungevano altre merci e materie pregiate l’Alto Adriatico era il punto d’incontro.

Verso la Grecia e l’Egeo

Dall’Adriatico il viaggio poteva proseguire verso il mondo egeo.

La distribuzione di particolari forme di vaghi d’ambra, fra cui quelli definiti dagli archeologi “tipo Tirinto” e “tipo Allumiere”, permette di seguire materialmente una parte di questi collegamenti.

Le ricerche di Negroni Catacchio, richiamate anche nella bibliografia dello studio sul Caput Adriae, hanno dedicato particolare attenzione proprio alla produzione e al commercio di questi manufatti e al loro valore come indicatori delle relazioni fra Italia, Adriatico e Mediterraneo.

L’ambra aveva ormai lasciato le fredde rive settentrionali ed era entrata nel mondo delle società mediterranee ma qui la sua storia cambia da materia commerciale diventa anche materia narrativa, religiosa e simbolica.

Penelope e l’ambra nell’Odissea

Una delle testimonianze letterarie più antiche e autorevoli dell’ambra nel mondo greco si trova in Omero.

Nell’Odissea il termine elektron è utilizzato con il significato di ambra. L’identificazione è confermata nell’apparato filologico dell’edizione di Teofrasto curata da Annibale Mottana e Michele Napolitano, che cita esplicitamente Omero fra gli autori nei quali elektron designa l’ambra.

Particolarmente suggestivo è il contesto di Penelope.

L’ambra compare nell’universo degli ornamenti preziosi destinati alla regina di Itaca. Non siamo davanti alla testimonianza archeologica di una regina storica: Penelope appartiene al mondo dell’epica. Ma proprio per questo il riferimento è culturalmente importante.

Nel linguaggio poetico attribuito alla società aristocratica omerica, l’ambra poteva essere immaginata accanto all’oro come materiale degno di una donna di rango regale.

Non dimostra quindi che una specifica regina micenea possedesse quella collana. Dimostra qualcosa di diverso e altrettanto significativo: nell’immaginario aristocratico conservato dall’epica greca l’ambra era ormai riconosciuta come materia preziosa.

Fetonte, le Eliadi e le lacrime d’ambra

Ancora più profondo è il rapporto fra l’ambra e il mito di Fetonte.

Il giovane Fetonte, figlio del Sole, ottiene di poter guidare il carro paterno, ma non riesce a controllarlo. Il viaggio minaccia l’ordine del cosmo e Zeus interviene colpendolo con il fulmine eFetonte precipita nell’Eridano. Le sorelle, le Eliadi, lo piangono sulle rive del fiume e vengono trasformate in alberi. Le loro lacrime, solidificandosi, diventano ambra.

Questa tradizione deve essere presentata come mito, non come spiegazione naturalistica. È tuttavia straordinariamente importante per la storia culturale dell’ambra, perché lega la materia a un complesso di immagini che comprende il Sole, la luce, il lutto, l’acqua, gli alberi e una metamorfosi femminile.

Per la ricostruzione romana della tradizione è fondamentale Plinio il Vecchio, che nel libro XXXVII della Naturalis Historia raccoglie e discute numerosi racconti precedenti sull’origine dell’ambra.

Plinio è particolarmente interessante perché non si limita a tramandare le leggende: le sottopone a critica.

La stessa edizione scientifica di Mottana e Napolitano documenta che Plinio tratta ampiamente l’ambra in Naturalis Historia XXXVII, 30-51, rifiuta la provenienza ligure e la colloca invece sulle coste germaniche.

Il mito e l’osservazione della natura cominciano così a separarsi.

Artemide: l’ambra entra nel santuario

Se Penelope appartiene alla letteratura e le Eliadi al mito, con Artemide possiamo entrare nel terreno dell’archeologia religiosa.

Un riferimento di particolare importanza è lo studio dell’archeologo Alessandro Naso, Amber for Artemis. Preliminary Report on the Amber Finds from the Sanctuary of Artemis at Ephesos, pubblicato nel 2013 negli Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes in Wien, volume 82, pp. 259-278. Il riferimento bibliografico è riportato nello studio archeologico di Negroni Catacchio e Gallo. Qui il collegamento fra ambra e divinità non nasce da una moderna attribuzione simbolica. Proviene da un contesto archeologico: il santuario di Artemide a Efeso.

La distinzione è fondamentale. Non significa automaticamente che nell’antichità esistesse una generica credenza secondo cui “l’ambra era la pietra di Artemide”. Una simile affermazione richiederebbe altre testimonianze e non deve essere costruita artificialmente.

Possiamo invece affermare che manufatti d’ambra sono stati rinvenuti nel santuario della dea e sono stati oggetto di uno specifico studio archeologico. L’ambra entrò dunque anche nello spazio sacro.

Ambra e immagini femminili

Il rapporto con il mondo femminile non termina con Artemide e Penelope. La documentazione archeologica dell’età del Ferro comprende anche manufatti d’ambra figurati con immagini femminili.

Negroni Catacchio e Gallo discutono, nell’ambito degli scambi fra le due sponde adriatiche e le regioni balcaniche, pendenti e ambre figurate provenienti da importanti contesti funerari. Lo stesso studio documenta l’ampia circolazione di ornamenti d’ambra fra Veneto, Slovenia, Croazia e altre aree dell’Adriatico. Questo dato è importante ma deve essere interpretato con cautela.

Una figura femminile intagliata nell’ambra non è automaticamente una dea.

Potrebbe rappresentare una divinità, una figura mitologica, una giovane donna idealizzata o appartenere a un linguaggio iconografico il cui significato deve essere ricostruito caso per caso.

Come Biblioteca iniziatica  manterremo quindi separati il dato archeologico e la sua interpretazione.

Plinio: dal mito alla natura

Fra tutti gli autori antichi, Gaio Plinio Secondo, Plinio il Vecchio, è uno dei testimoni fondamentali per la storia dell’ambra.

Nel libro XXXVII della Naturalis Historia raccoglie informazioni sulla provenienza, sulle denominazioni, sulle caratteristiche e sulle tradizioni relative al sucinum. Soprattutto, riconosce la sua origine vegetale.

Mottana e Napolitano riassumono chiaramente il passo pliniano: Plinio interpreta l’ambra come resina che stilla da una specie di pino e che può inglobare insetti e piccoli animali prima della solidificazione; colloca inoltre la provenienza sulle coste germaniche.

Per arrivare a questa conclusione Plinio ricorre anche all’osservazione delle proprietà della sostanza, in particolare al comportamento dell’ambra quando viene bruciata.

Naturalmente la spiegazione geologica moderna della formazione dell’ambra è molto più complessa. Ma il punto essenziale individuato dall’autore romano era corretto: quella sostanza apparentemente simile a una pietra aveva un’origine vegetale.

Una storia che arriva fino a Roma — e oltre

Quando Roma entrò pienamente nel commercio dell’ambra, le vie che collegavano il Nord europeo al Mediterraneo erano già antichissime.

Aquileia avrebbe raccolto questa eredità, diventando uno dei grandi centri romani legati alla lavorazione e alla circolazione dell’ambra. E durante il principato di Nerone, secondo la testimonianza di Plinio, la ricerca della preziosa materia settentrionale avrebbe assunto dimensioni tali da provocare una vera spedizione verso le regioni produttrici.

Ma rimangono ancora alcune domande decisive.

Fino a dove arrivò realmente l’ambra?

Quale ruolo ebbe Roma nell’organizzazione delle antiche vie settentrionali?

E soprattutto: cosa possiamo affermare, sulla base delle analisi archeologiche e non delle leggende moderne, sulla presenza dell’ambra nell’Egitto del Nuovo Regno e sulla controversa attribuzione di materiali della tomba di Tutankhamon?

La storia dell’ambra non termina sulle rive dell’Adriatico.

Continua nel Mediterraneo, nelle città romane, nei santuari e nelle tombe, seguendo itinerari che ancora oggi l’archeologia cerca di ricostruire.

L’articolo completo, con l’approfondimento sulle rotte romane, Plinio, Tacito, Nerone, Aquileia, l’Egitto del Nuovo Regno e la questione dell’ambra attribuita alla tomba di Tutankhamon, prosegue sulla Biblioteca Iniziatica dei Minerali su Substack.. https://bibliotecainiziaticadellepietre.substack.com/

Back to blog